lunedì 8 marzo 2010

La lunga attesa - Epilogo




Mentre aspettavo di capire se saresti riuscito a prendere quel treno ho realizzato che questo, quello che contiene queste parole, è il racconto numero 65.
Esso è preceduto da 64 racconti. Embè?
Ogni numero non è altro che se stesso ma, come ci siamo detti in occasione del Nuovo Anno, ci sono dei numeri esteticamente rilevanti.
Il 65 è esteticamente rilevante?

Al di là di tutto, ci sono dei cicli… questo è fuor di dubbio.
Per esempio si è chiuso un ciclo che taluni chiamano “allattamento”.
Che vuol dire?
Una quantità di cose.
Vuol dire che si cresce ed è più un fatto fisico che evolutivo. Perché non vedo i reali vantaggi che derivano dall’abbandono della pratica dell’allattamento. Anzi.
Cibo caldo, dissetante, nutriente per l’anima prima che per il corpo. Calore, vicinanza, connessione. Tutto ciò è perduto, per sempre.
Eppure è così, perché è il mondo in cui viviamo che è organizzato per cicli temporali. Stagioni, sole che sorge e tramonta, gemme che fioriscono, fiori che sbocciano, foglie che cadono; il sonno, la digestione, stelle che esplodono e galassie che ruotano sul proprio asse.
Ho assaggiato un sacco di cose, anche la Coca-cola e i pop-corn. Ho sperimentato decine di sapori e di consistenze eppure questi stanno alle sfaccettature di gusto del cibo precedente come la fiamma di un cerino sta ad un incendio.
Ma si va avanti. Questo è l’incantesimo del nostro universo e del tempo che trascorre, idea assoluta e naturale quanto incomprensibile.
Il tempo ci porta avanti, come un fiume sul quale galleggiamo, e ci fa attraversare luoghi diversi, mentre entrandoci dentro diventa nostro, il nostro tempo, la nostra età.
E’ passato più di un anno. E’ tempo di passare oltre.

Già sto iniziando a parlottare, in un modo non molto intellegibile per la verità. Ma tra poco lo farò e, come accade per voi adulti, avrò meno tempo per riflettere… e per concepire questi pensieri sparsi.
Mano a mano che mi esprimerò con la voce dedicherò più tempo a parlare che ad ascoltare, sarò più ansioso di essere capito che di capire, esattamente come fate voi. E, fatalmente, le parole riempiranno spazi che non avrebbero alcun bisogno di essere riempiti se non da pensieri, da silenzio, da osservazione.
Ma il tempo ci porta avanti, ovunque si trovi questo “avanti”.
E’ passato più di un anno. E’ tempo di passare oltre.
Adesso è possibile e il numero è quello giusto.
Sì, perché quando racconti delle storie, anche minuscole e modeste come le mie, devi pur pensare ai numeri; devi farne un numero che abbia senso, che sia il numero giusto.
La ricerca del numero giusto dipende dal criterio che definisci.
Il mio è un criterio estetico.
E non solo: mi rifaccio ad un caposaldo del genere, che non ho mai letto. Anche perché, a dirla tutta, io ancora non so leggere.
Sarà che scrivo di notte, anche se forse sono solo dei sogni che poi diventano parole e frasi… Il mio punto di riferimento è quello lì: un po’ come Sharazad ho raccontato, sera dopo sera; in attesa dell’arrivo del treno.
A proposito, papà: tutto bene sul treno?
Sei in viaggio? Ciuf-ciuf-ciuf...
Hai capito l’insegnamento? Io sì. Se ti sfugge un’occasione non disperare perché dietro l’angolo potrebbe essercene una migliore.
Se ti muovi bene, se cerchi nel posto giusto, se hai chiaro dove vuoi andare… arriva.
Ma che arrivi o non arrivi non devi comunque, mai, avere una visione definitiva, proprio perché non sai quello che il futuro ha in serbo per te; e potrebbe essere qualcosa per cui, a posteriori, ciò che ti ha deluso ti fa sorridere perché sei addirittura contento che sia andata così.
Chissà, se avessi preso il treno di prima, invece di sbattere la faccia contro la sua porta che si chiudeva, proprio quando credevi che fosse lì ad aspettare te… chissà!
Adesso non saresti su quest’altro treno che ti porta molto più vicino a dove volevi arrivare.
Il re persiano Shahriyar ha atteso tutte quelle notti e poi, alla fine, si è innamorato di Sharazad che tutte quelle storie gli aveva raccontato.

Ora, io so di avere abusato della vostra pazienza davvero troppo.
Voi che avete ascoltato tutte queste storielle, 65 in totale.
E’ il momento di svelare questo modestissimo gioco di enigmi ad incastro.
Ma voi, gentilissimo pubblico che mi avete accompagnato fin qui, avrete già capito tutto.
Perché se sapete chi è Sharazad e conoscete il suo re Shahriyar…
Se avete inteso che il treno è una metafora e avete intuito che rappresenta un’occasione, un’opportunità…
Se vi ricordate il mio sproloquio sulla rappresentazione dei numeri e provate ad esprimere il 65 nel sistema binario, con le cifre 0 e 1…
Se concordate che tutto è regolato da cicli e che anche questo ciclo di racconti non si può sottrarre alla finitezza di tutto ciò che è reale…
Se ricordate quante notti di racconti trascorsero prima che il re s’innamorasse della sua serva…
E se mi conoscete abbastanza da sapere che se papà è qui non posso scrivere perché lui mi distrae facendomi giocare fino a che crollo dal sonno…
Se avete davvero avuto tutta questa pazienza e siete ancora in ascolto, adesso vi è chiaro che il 65, in binario, si scrive 1000001… e avrete la comprensione di permettermi di affermare che io, allora, ho scritto 1000001 racconti, per 1000001 notti. Altro che “Le mille e una notte” di Sharazad e Shahriyar!
E sarete d’accordo con me che si tratta proprio di un bel numero… palindromo, evocativo, importante… esteticamente rilevante e quindi giusto perché io mi senta autorizzato ad intenderlo come la quantità perfetta e insuperabile per il mio ciclo di racconti.
E’ quindi con un profondo inchino (che ancora non so fare) che prendo commiato dal pubblico che mi è signore, numeroso o minimo che sia, ma comunque grandioso…
Perché tra poco, quando il treno che avanza fischiando inizierà a frenare, dopo 1000001 racconti e un numero ancora maggiore di giorni…
…papà finalmente tornerà a casa.

Buonanotte.

sabato 27 febbraio 2010

La lunga attesa - 1^ parte


Ho dovuto aspettare.
Ci sono dei momenti in cui la cosa più saggia da fare è attendere. E questo è quello che ho fatto.
Non posso ancora spiegare quello che ho aspettato.
Posso dire che è arrivato.
E mi ha portato un insegnamento, importante, chiarissimo.
In effetti è tutto qui: sapere attendere.
Papà si sforza parecchio di insegnarmi delle cose. Per la verità, quello che percepisco, è soprattutto il suo enorme desiderio di trasmettermi i suoi pezzi di saggezza.
Lo vedo, questo desiderio, trasudare dai suoi sguardi, e, la maggior parte delle volte, rimanere sottoforma di onda cerebrale, di pensiero inespresso, di carezza degli occhi.
Ma i veri e più efficaci insegnamenti sono quelli che assorbo dal suo essere, dal suo esistere, dal suo interagire con l’universo circostante.
Se una cosa è pericolosa, per quanto lui me lo dica, nulla avrà effetto su di me come quell’espressione allarmata che si disegna sul suo volto, se c’è del pericolo.
E’ l’esempio il più forte mezzo di trasmissione delle idee.
Una sera di diversi mesi fa, papà è arrivato a casa, ed era triste.
Ma prima riparliamo di numeri e, prometto, è l’ultima volta.
I numeri sono una cosa grandiosa. I numeri sono la costruzione umana più potente.
I numeri sono oggetti ideali, entità immateriali che pure, nella loro essenza astratta, hanno il potere di rappresentare l’esistente.
I numeri non sono una realtà fisica. Sono un mezzo introdotto dall’uomo per soddisfare la propria esigenza di identificare le quantità.
Fatemi essere più chiaro.
Quando cercheranno di insegnarmi i numeri mi diranno che sono 1, 2, 3… e altri a seguire.
Ma quelli non sono numeri. Sono simboli attraverso i quali vengono indicati i numeri. Il numero è un tutt’uno con ciò che rappresenta, con l’idea di identificazione di un elemento di un insieme.
Forse ci sono dei costrutti teorici rigorosi. Ai miei fini mi basta notare che se posso mettere in ordine degli oggetti (e posso farlo in modo naturale) posso prendere quello che viene prima degli altri (tanto sono in ordine, per cui il primo lo trovo) e dire che è l’uno (1). Poi considero quelli rimanenti e prendo il primo di questi: lo chiamo due. E vado avanti.
Il punto a cui cerco di arrivare è che potrei rappresentare il primo elemento con una X e il secondo con XX e procedere così: sarebbero comunque numeri, indipendentemente dal modo in cui li scrivo.
Così mi sono spostato sul concetto del sistema di rappresentazione.
Tra tutti i modi per rappresentare un numero ce n’è uno che mi intriga molto.
Ci ho pensato parecchio.
Comunque, quella sera, doveva essere successo qualcosa di spiacevole.
E’ sempre brutto quando hai delle aspettative e queste si frantumano. Se desideri molto una cosa e sei, per di più, fiducioso di ottenerla… e mentre ti senti vicino al risultato questo ti sfugge definitivamente di mano, è un po’ come sbattere la faccia contro un vetro infrangibile.
Rimani con le guance doloranti e vedi l’oggetto dei tuoi desideri allontanarsi.
Papà, io non mi ricordo se ero già a letto, o se ero sul seggiolone.
Ma quella tua faccia spalmata contro un vetro infrangibile, io me la ricordo bene, perché esisteva nell’incrinatura della tua voce, nella tua voglia di afflosciarti come un pugile che si arrende ad un colpo inatteso.
Bisogna aspettare.
Aspettando ho pensato che per rappresentare qualunque numero ti bastano due simboli. Te ne basterebbe uno se ti accontentassi di indicare un numero con tante ripetizioni dello stesso simbolo, ma non avresti fatto alcun passo avanti di tipo concettuale. Rappresenteresti un numero, entità astratta, con una quantità corrispondente al numero stesso e, in realtà, non si tratterebbe di una rappresentazione, ma di una replica.
Cioè: per scrivere che ci sono dieci foglie nella pianta vicino alla finestra dovresti ripetere dieci volte un simbolo. Ma poi, per capire il numero di foglie della pianta da quello che hai scritto, dovresti contare il numero di simboli e saresti, in sostanza, “punto a capo”. Faresti prima a disegnare la pianta e a ripetere il conteggio quando ti va.
Insomma, tutto questo è un po’ per allungare il brodo e un po’ per esprimere la mia assoluta predilezione per i sistemi di numerazione posizionale tra i quali, il più semplice (per numero di cifre impiegate), è quello binario.
Non complichiamoci la vita e adottiamo, come si fa comunemente, i simboli 1 e 0.

Papà, non potevi immaginare, allora, che ciò che ti sembrava triste preludeva ad una maggiore felicità in futuro.
La porta del treno si è chiusa prima che tu riuscissi a salirvi… Ma non era l’ultimo treno!
E quello che è partito dopo era, davvero, quello che ti avrebbe portato più vicino a dove dovevi arrivare.
E tu non ti eri mosso dalla banchina. Ed eri pronto a prenderlo.

Se queste vi sembrano farneticazioni posso dirvi che forse avete ragione... Ma vi prego comunque, appellandomi al vostro buon cuore prima che alla vostra pazienza, di attendere la prossima puntata.

sabato 6 febbraio 2010

Vamos a bailar


La sala è il mio quartier generale. Da lì dirigo le operazioni.
Ma mi sposto molto spesso, andando da un punto all’altro della casa.
In sala c’è il mio tappetone di gomma intarsiato di numeri colorati, circondato dal divano rosso, dal tavolo e dal pianoforte. Sul tappetone è riversata una quantità di giochi.
La sala si apre su un corridoio-atrio e, esattamente di fronte all’ingresso della sala, c’è l’ingresso della cucina.
In cucina c’è il mio seggiolone, dove mi metto all’ora della colazione, del pranzo e della cena. E spesso anche all’ora della merenda.
Dall’anticamera si accede al reparto notte. C’è un corridoio su cui si affacciano, in senso antiorario: il bagno, la mia cameretta, un altro bagno, il ripostiglio e la camera di mamma e papà.
Il mio lavoro mi porta ad ispezionare regolarmente tutti questi locali e si vede che la meticolosità con cui eseguo le operazioni di controllo ha creato dei problemi a qualcuno, perché è da qualche giorno che tutte le ante dei vari armadietti sono bloccate.
Mi limito, pertanto, a guardare dentro alle borse, agli zainetti e a qualunque altro contenitore d’oggetti che mi capiti sottomano.

Nel tempo libero mi piace ballare.
Papà dice che ho preso da lui e la mamma dice che spera che non abbia preso da lui.
Pare, infatti, che papà balli come un buffone e forse è proprio così.
Se dovessi descrivere il suo stile, direi che non è quello di un buffone: sembra, piuttosto, qualcuno che imita un buffone che balla e che, imitandolo, voglia mettere in risalto, accentuandole come in una caricatura, le movenze più ridicole e scoordinate.
Il fatto è che lui - è sua la spiegazione - si dimentica della musica perché, mentre si muove, sente alzarsi il volume di una canzone interna, fatta di trombe e di campane, fatta di tamburelli.
Anche il mio stile è piuttosto improvvisato, però tutti mi dicono “bravo! Bravo!” e battono le mani.
Penso, però, che papà intendesse dire che ho preso da lui la voglia di ballare che non implica affatto la capacità di farlo.
Un po’ come la voglia di volare che tanto è forte soprattutto in chi non ha le ali.
La mia canzone preferita è cantata da un ippopotamo e da un cane. L’ippopotamo canta e il cane balla e, al momento giusto, fa “A-weema-weh, a-weema-weh”.
Lo so che sembra strano eppure è così. Per vederli bisogna andare su internet…
E ogni tanto il papà, per esempio quando sono un po’ rompino, accende internet e me la fa sentire. Io ballo e non riesco a resistere dall’unirmi al coro: “A-weema-weh, a-weema-weh”.
La mamma, invece, è brava a ballare perché va a tempo.
Io non capisco bene cosa voglia dire “andare a tempo”.
Siccome tutti mi dicono bravo e mi sembra di muovermi sulla scia di una pulsazione interna e naturale, e non ci penso proprio ai movimenti che faccio, forse vado a tempo… O forse no?
Forse ha ragione papà, che non se ne preoccupa.
Perché, mi ha detto, lui ha un suo tempo interno che non è affatto ritmico o cadenzato. Batte seguendo una linea spezzata, “batte con fantasia” (è un suo copyright) e fa dell’irregolarità la sua regola, il suo ordine naturale.
Bravo papà! Bell’esempio che dai. Tu pieghi la realtà e il senso comune alle tue personali esigenze, pur di non ammettere un tuo limite come tale.
Come la prenderesti se io ti dicessi che buttare tutte le cose in giro, come mi piace fare, è un disordine che risponde ad un ordine cosmico, che è l’espressione più pulita e lineare dell’entropia?
Tu che ti agiti come un invasato se la quantità di oggetti sopra il tavolo della sala supera le tre-quattro unità e ti fai venire il fiato grosso continuando a dire: “devo mettere a posto. Devo mettere a posto”!
Però un po’ è vero: è vero che se chiudi gli occhi e ti muovi come vuole il tuo corpo arriva una musica che non sente nessun altro; che non è né bella né brutta ma è… esaltante, e ti rapisce come un richiamo ancestrale, come un’onda.
Quando la senti non puoi tenere ferme le braccia. E io non le tengo ferme, e non ho più idea di cosa sia il tempo della musica. Questo è il mio ritmo.
E, se sono in braccio a papà e lui si mette a cantare “I've gotta feeling / that tonight's gonna be a good night”, dopo un po’ mi sembra che il mio ritmo interno coincida con il suo. O forse è semplicemente il dondolamento delle sue ginocchia che si flettono, circa così: un-due, un-due, un-due-tre-quattro, un-due, un-due-tre, un–due.
Sì, decisamente irregolare. Ma vai: “I’ve gotta feeling, uhhh-uhh”. Su con le braccia e via dondolare!
Ogni tanto papà fa gli occhi dolci alla mamma, che ci fa vedere come si deve ballare, e le ricorda di quando si sono conosciuti.
Era una sera di non so quanto tempo fa, in un locale con della musica, e la mamma ballava.
Regolare, come sa fare lei: con le braccia piegate e i gomiti aderenti alla vita; coi piedi a ruotare appena sulle punte, a tempo.
Papà andava a casaccio, come al solito: un-due, un-due, un-due-tre-quattro, un-due, un-due-tre, un–due. Muovendo un po’ tutto… come colto da fremiti, e oscillando di quando in quando la testa.
Chissà cosa avrà pensato la mamma, vedendo quel ragazzo che piegava le braccia ad angolo retto portando i pugni verso la testa e dondolava le anche, con gli occhi socchiusi e le labbra serrate.
Si guardavano… e poi, papà, le fece l’occhiolino.

domenica 31 gennaio 2010

Una giornata del nuovo anno


Anno nuovo, vita nuova.
Non tutti sono fortunati come me che posso dire che il nuovo anno (il 2010) è proprio un nuovo anno… per me. Io, infatti, compio gli anni nei primi giorni di gennaio, proprio alla fine delle vacanze di Natale.
Così, i buoni propositi per il nuovo anno, valgono il doppio.
Uno dei miei buoni propositi era di non tornare all’asilo… e non ci torno.
Diciamo che mi prendo un anno sabbatico.
D’altra parte non ho tempo di andare all’asilo. Qui a casa ho un sacco di cose da fare.
Devo finire di leggere il libro delle fiabe che mamma e papà mi hanno regalato per il compleanno.
Vado un po’ a rilento e ricomincio sempre dalla prima pagina.
Devo giocare con le automobiline a retrocarica: due blu e una rossa.
Devo giocare con i chiodoni colorati che si infilano l’uno nell’altro, che mi ha portato Babbo Natale; con il puzzle di legno che mi hanno regalato gli zii; con l’automobile di gomma coi fanali a forma di occhi.
Devo giocare con la casa morbida nel cui tetto si infilano le formine.
Insomma: devo giocare.
E poi devo dormire (sempre di meno, per la verità) e devo mangiare (sempre di più, mi dicono).
La mia vita non potrebbe essere più piena.
Lo è a tal punto che abbiamo dovuto assumere un’assistente, che mi dia una mano con tutte queste incombenze.
Si chiama… Boh. E’ un nome strano.
Il papà ha voluto curare personalmente l’ultimo step dell’articolato processo di selezione.
Per prima ha incontrato Svetlana, che è caduta, però, in due errori madornali.
1) Mai dare dell’ignorante al tuo selezionatore. Scena: “Svetlana… un nome moldavo!” “E’ russo”. Papà, per incassare il colpo: “Ah, come l’insalata…”.
2) Dimostrarsi a proprio agio. Perché non ti sei voluta togliere quel cappello di lana col pon-pon, Svetlana, quando in casa ci sono 25 gradi fissi?

Per incontrare la mia attuale assistente, quella sera, papà ha fatto le scale di corsa.
E’ entrato dalla porta così velocemente che la cravatta gli svolazzava oltre le spalle e si è rivolto a lei così, ancora ansimante:
“Buenas tarde. Estoy encantado. Mi nombre es Mario y estoy muy contento de hablar con usted”.
A quel punto lei gli ha fatto subito un’offerta economica.
Ma per papà non è certo una questione di soldi.
Lui, per me, vuole solo il meglio.
Vabbè, insomma, sto scherzando.
Dopo che lui si è prodotto in un forbitissimo sproloquio (ricco di congiuntivi e di forme arzigogolate il cui senso era: non so bene cosa dire ma mentre parlo ti osservo e comunque devo pur dire qualcosa…) che, per poco, la candidata non scappava a gambe levate, l’accordo è stato raggiunto.
Così, ogni mattina alle 8.30 esatte, lei arriva e ci mettiamo al lavoro.
La qualità del personale è un problema. E’ sempre più difficile, oggigiorno, trovare dei bravi collaboratori.
Ma lei è brava, davvero.
Ha un accento strano e mi ricorda, pur se non l’ho mai visto, il topino Speedy Gonzales, anche se non ha il sombrero, e non è una topina.
(Non capisco perché papà sorrida sornione a questa mia osservazione).
Certo l'impegno è pesante, sarà perché io pretendo una concentrazione assoluta, e così, dopo la pausa pranzo (che lei preferisce passare sul luogo di lavoro), arriva la nonna a darle il cambio.
Dopo pranzo a me viene un po’ di sonno. Ma non mi va di andare a fare il riposino.
Cioè, mi andrebbe, ma voglio farlo il più tardi possibile così, se sono fortunato, quando mi sveglio manca poco al ritorno della mamma.

Eh sì, perché la giornata è stata dura.
Ho giocato col pallone, con le costruzioni morbidone, con il trenino giallo e verde, con la mucca e il cavallo di plastica e sono andato in giro per tutta la casa.
E che abbia o meno fatto tutto quello che dovevo o volevo, che sia stata o meno una bella giornata, che io abbia fame, sonno, sia contento o nervoso… è in quel momento che ogni nuvola si dirada; che, anche se è già sera, sorge un sole chiarissimo, di luce argentea e calorosa.
E’ in quel momento che trovo il senso di tutta quella fatica, nel momento in cui la porta si apre e la mamma, entrando, mi sorride… mi solleva e mi abbraccia.

Come una volta ha detto papà, è per quello che ho fatto tutto quello che ho fatto. Per quell’abbraccio.

giovedì 21 gennaio 2010

Numeri - 3^ parte

10 gennaio...
A sera rimaniamo soli, noi tre.
C’è da sistemare una baraonda incredibile e mi piacerebbe poterci sguazzare ancora.
Ma papà dà già (o dovrei dire “ulteriori”?) segni di squilibrio. Si passa di frequente la mano tra i capelli. Continua a dire che bisogna fare ordine, ma non si muove… oppure sposta un oggetto da un tavolo ad un altro perché non ha chiaro dove metterà tutte quelle cose.
E io ho ancora meno chiaro il perché lui stia toccando i miei giocattoli.
Il pezzo forte è un telaio rosso fiammante con delle ruote nere, grande più di me.
Con dei pezzi di carta in mano, che doveva riporre chissà dove, papà si ferma, lo fissa, e decide: “dobbiamo montarlo”.
Per me è tardi, ma lui ci tiene davvero a mostrarmi l’aspetto di quei tubi rossi una volta congiunti tra di loro.
Ci sta lavorando da venti minuti e, mentre mi sfrego gli occhi, lo sento dire più e più volte: “non capisco…”
Consulta spesso un foglietto. Guarda il foglietto e dice: “eppure è giusto…”. Guarda i tubi scomposti e dice: “non capisco…”
La mamma perde le speranze quando finalmente lui afferma: “mi serve un martello.”
Un martello?
Il filosofo che non alberga in me, a questo punto si chiederebbe: posso rattristarmi per la perdita di un giocattolo che non ho mai visto?
Non lo avevo prima. Non l’ho adesso. Non lo avrò più. E nemmeno so cosa sia.
Io mi rattristo, piuttosto, perché la mamma decide che basta, è ora di andare a letto.
Sono stanchissimo, ma è stata una giornata specialissima. E’ stata una festa.
Mentre procedo verso il mio lettino in braccio alla mamma, risuona il clangore dei primi colpi, intervallato da grugniti di stizza e fatica.
Il carillon che tintinna la mia ninnananna fonde le proprie note cristalline con gli echi del ritmo martello-grugnito che proviene dal soggiorno e insieme sembrano l’overture di una sinfonia, mentre una carezzina sulla testa mi perde nel sogno di quei tubi rossi e di quelle ruote nere e di quei pedali: se mai li vedrò agganciati, se mai li rivedrò.

11 gennaio...

Oggi è lunedì.
Ci sono qui i nonni, perché la mamma e il papà sono andati, come quasi sempre… non ho capito dove.
Hanno qualcosa da fare, da qualche parte.
Qualcosa di insensato, come moltissime delle cose che fanno i grandi.
Io speravo di poter giocare con i miei nuovi giochi… insieme a loro.
Invece loro hanno preferito, anche oggi, andare a “lavorare”.
Che posto strano dev’essere quel “lavorare”.
Vanno sempre lì… Perché? Possibile che non si stufino? Se si stufano, perché continuano ad andarci? Boh.
Sarà una di quelle cose che io non posso capire, come il fatto che quando sono a letto… leggono anche per un’ora. Ma non si stancano gli occhi?
Pazienza.
Per fortuna che il soggiorno è ancora pieno di palloncini che a me piacciono un sacco!
C’è n’è uno verde, a forma di banana…
Vado a prenderlo.
Op, op… Op. Mi slancio con la pancia a terra per afferrarlo ma riesco appena a toccarlo con le dita e lui scappa via. Veloce veloce si allontana come sospinto da un soffio.
Non mi arrendo: mani a terra e op, op.
Ho lo sguardo fisso sul palloncino che balza lievemente sul pavimento e poi... vedo lui. All’improvviso, dietro il divano.
E’ imperioso come un monumento al trionfo; il suo telaio rosso fuoco furoreggia con la calma della forza pura, con la sicurezza che deriva dalla perfezione.
Le ruote sembrano serbare, nella pacatezza con la quale sono poggiate al suolo, la bramosia di un’accelerazione turbinosa.
La sella, i pedali… c’è tutto.
La mia cavalcatura è pronta e sprigiona voglia di moto, ansia di vento, di percorsi, di rincorse.

Il montaggio è stato completato.
Non so a che ora, non so dopo quante ore, non so a prezzo di quale sforzo.
Ora che è intero capisco di cosa si tratta e capisco che dovrò aspettare ancora un po’ per poterlo usare.
Perché tu, papà, abbia avuto tutta questa fretta non mi è chiaro, o forse sì.
Forse volevi indurmi a pensare una cosa, che tanto non ti dirò, e tu potrai solo sperare che io pensi.
Perché è così, perché è così che funziona.
Ma già il fatto che tu lo voglia, già l’intensità del tuo desiderio, meritano almeno che io la consideri come un’opzione, come una sfumatura del possibile, come un’idea.
Penso ai numeri di queste ultime giornate; penso che ieri era il giorno del mio compleanno numero uno. E penso che sì, forse, potrebbe anche darsi che tu, solo per l’istante minuscolo che occupa la frase impronunciabile, che tu... sei il numero uno.

venerdì 15 gennaio 2010

Numeri - 2^ parte


10 gennaio 2010...

Ti svegli una mattina… e hai già un anno.
Un anno, col numero 1.
A me, questo numero, piace particolarmente.
Dunque… Oggi mi sono svegliato e la prima parola che ho sentito è stata “Auguri!!!”, seguita da un bel bacione della mamma.
Poi, circa un’ora dopo, si è alzato anche il papà.
Come al solito aveva un occhio ancora chiuso e trascinava i piedi.
Non del tutto emerso dal brodo onirico che lo seguiva come una nuvoletta di fumo attorno alla testa è arrivato in cucina, mentre io ero nel seggiolone e la mamma stava facendo colazione.
“Non fai gli auguri ad Aurelio??”, dice lei vedendolo.
Ecco che per un attimo, ma un attimo solo, si apre anche l’occhio chiuso e la nuvoletta sembra evaporare.
“Massì, certo… Auguri!!!” e, quasi senza interruzione “Guarda che me lo ricordavo”, rivolto alla mamma.
Così non ho più avuto dubbi: è il giorno del mio compleanno.
E’ passato un anno: col numero 1.
Ora, pensavo di avere compreso come voi adulti siete soliti festeggiare il momento in cui cambia l’anno… (Ci tenete davvero tanto!)
Ma la festa di oggi si preannuncia ancora più grande.
E questo dà un senso agli sforzi disumani che il papà sta facendo per gonfiare dei palloncini per i quali, così come è scritto sulla confezione, servirebbe un’apposita pompetta che lui, naturalmente, non ha.
Ha iniziato già ieri sera: alcuni sono scoppiati, altri sono stati gonfiati ma non hanno la forma di animale che dovrebbero avere.
Adesso, comunque, ci sono due bellissimi palloncini appesi allo stipite superiore della porta del soggiorno (uno rosso e uno blu) e altri palloncini in giro per la stanza.
Inoltre, mentre io protesto un po’ per la scarsa attenzione che mi viene rivolta, lui appende un nastro di festoni dal lampadario alla porta.
Come prima di Natale, un po’ di pacchi colorati si stanno accumulando sul pavimento e uno di questi è davvero grande… e mi hanno detto che è per me!
Fantastico… io adoro le scatole… spesso più del contenuto.
All’ora di pranzo la casa è piena di gente, un po’ come il giorno del mio Battesimo.
Ci sono i parenti che vedo spesso e anche quelli che abitano lontano.
Sono tutti qui per me.
Ed è un gran giocare; un gran saltellare da uno all’altro, sempre in braccio, sempre con qualcuno che mi dice qualcosa, che mi canta una canzone, o una filastrocca.
La mamma ha fatto le lasagne; papà dice di avere fatto l’arrosto; la nonna che abita vicino ha fatto le patatine al forno.
Ora, in una visione, diciamo così… olistica, il contributo di papà per l’arrosto è stato fondamentale.
Lui, infatti, è andato in macelleria è ha comprato una punta di vitello farcita e arrotolata.
Ma non può, per questo, affermare che lui l’abbia “fatto”, visto che è stata la mamma a cucinarlo e a renderlo così buono, buono al punto che anch’io ne ho assaggiato un pezzettino.
Ma lui raggranella schegge di gloria e lo fa, a volte, barando un po’.
Cosa dire delle lasagne?
Beh, sì… è vero… forse erano davvero un po’ troppo liquide ma io non penso… cioè papà aveva detto… la pasta… il forno… che confusione… poi risolve tutto la nonna vicina: è colpa di papà e del fatto che a lui non piaccia la besciamella, che ha fatto sì che la mamma ne mettesse poca…
Il sapore è buono, dice comunque la zia, e papà usa una tecnica diversiva: “il ragù è buonissimo”.
Ebbene, ci sarà anche stata poca besciamella, ma c’era una quantità di amore dentro a quelle lasagne… che secondo me le rendeva le più buone del mondo e ne sono sicuro anche se, quelle, non le ho assaggiate.
Mentre passo da una nonna ad un’altra e da una zia ad una prozia… loro hanno quasi finito di ingurgitare quelle quantità pantagrueliche di cibo.
Ed ecco che si rimette in moto il papà.
Libera il carrello dai resti dell’aperitivo e lo porta in cucina. Quando ritorna in soggiorno, sopra il carrello c’è una sorta di tamburo i cui colori prevalenti sono l’azzurro e il bianco.
La superficie laterale è azzurra a piegoline; sopra è bianco, con riccioli di panna montata; sopra campeggiano delle strisce azzurre che disegnano un numero. Indovinate quale?...
Esatto… il numero uno.
E vicino al numero c’è una candelina azzurra, con la sua fiammella arancione e un sottile rivolo di fumo.
Tra i riccioli di panna, il numero e la candelina, una scritta: “Buon compleanno Aurelio”.
(Lo so perché il papà l’ha letta ad alta voce).
Adesso sono in braccio a lui e tutti sono in piedi. Il tamburo bianco e azzurro (“la torta”, come lo chiamano tutti) è sul carrello, la fiammella tremola sulla candela, e papà chiede silenzio.
“Bene”, dice solenne; avvicina il viso al mio, che fa in modo d'essere rivolto verso la torta (ma non ce n’è bisogno, perché la fiammella mi ha ipnotizzato).
“Allora tre, due, uno…”. Pff…. Con un soffio che sembra il lupo nella fiaba dei tre porcellini spegne la fiammella.
Il che, lì per lì, mi avrebbe indisposto. Ma in quel momento è scattato l’applauso. Tutti battono le mani ed esprimono una gioia che mi travolge.
E’ la mia prima standing ovation. Quella del numero 1.

mercoledì 6 gennaio 2010

Numeri - 1^ parte



Ci tocca di parlare di numeri.
Sono con voi da un tempo relativamente breve, ma ho colto fortemente l’importanza che i numeri hanno nelle vostre vite. L’importanza che hanno nella vostra lettura della realtà che vi circonda.
Quasi tutti i concetti che esprimete danno una misura di quantità; e tutte le quantità sono, più o meno esplicitamente, dei numeri.

Cosa sono i numeri?
E’ meno facile di quanto sembri.
Se lo chiedessi a papà sono sicuro che ne otterrei una risposta decerebrata e incomprensibile, magari qualcosa che parte dall’idea di insieme, di relazione d’ordine e via di questo passo.
Superiamo tutte quelle impostazioni fondamentaliste e soffermiamoci a notare quanto peso sia attribuito ai numeri, non tanto nella loro essenza, quanto nella loro rappresentazione.
Il numero 1, ad esempio. E’ il numero che identifica il primo elemento di una sequenza ed è molto… carino.
Che poi, già a dire “il primo elemento” mi perdo un po’… e allora forse ha ragione papà che ci vuole una relazione d’ordine… ma dire che è il primo è un fatto naturale… Appunto, dice papà, si considera un insieme naturalmente ordinato… (Papà, hai rotto!)
Il numero uno, dicevo, è lì a fare il primo della classe, sempre davanti a tutti, a far vedere di essere il migliore, anzi: il numero uno.
Sarà il primo ma non è un numero primo, dice papà, e mi conviene cacciargli una mano in bocca.
Ma non mi interessano le proprietà dei numeri… mi interessa di più il modo in cui voi li vivete, come subite la loro potenza mistica, legata perloppiù a delle convenzioni.
Pensate al 10. E’ un numero tra il 9 e l’11, senza particolari caratteristiche. Eppure sembra avere un potere diverso, almeno su di voi.
Va bene, 10 sono le dita delle mani; e 10 è la base del vostro (e nostro) sistema di numerazione.
Ma non è solo questo. O forse è a causa di questo che voi dividete istintivamente le quantità in parti da 10 o da 100 o da 1000… e così via.
C’è poi un altro aspetto, non meno sorprendente: i numeri e il tempo.
Senza tornare alla solita questione della misurazione del tempo, quello che è certo è che voi il tempo lo dividete e assegnate a ciascuna delle parti ottenute un numero, giusto per facilitarvi nel prendere gli appuntamenti, come le mie visite dal pediatra o le vaccinazioni.
“Ce l’ha il dodici alle dieci e trenta…” Tre numeri in una frase!

E’ interessante questo sistema di numerazione del tempo che… ha una forma cilindrica, come il profilo di un tubo.
Se lo guardate dall’alto vedete un cerchio, e lo chiamate “anno”. Ogni anno ha il nome di un numero.
Se lo guardate di lato, allora è un rettangolo che si fa sempre più lungo, ed è il tempo storico.
Il cerchio (l’anno) è fatto di punti, ognuno identificato da due numeri: il giorno e il mese.
E questi punti si ripetono… perché c’è un freddo cane ed era così anche circa un anno fa, e sembra che il freddo stia in un certo intervallo di punti; inoltre papà continua a dire cose tipo “il Natale scorso” oppure “la prossima primavera” e il Natale è un punto e la primavera sta tra due punti.
C’è qualcosa di ciclico nel ricorrere di quei nomi che identificano tempi dell’anno, punti del cerchio.
Il punto Natale, ad esempio, si chiama 25 dicembre. E ce n’è, appunto, uno ogni anno. E per voi è così importante!
Il Natale è importante perché è Natale ma… il 31 dicembre?
E l’1 gennaio?
Questi due giorni, che sono consecutivi, sembrano importantissimi!
Cosa succede in quei giorni? Cos’è che rende così speciali le due coppie di numeri 31-12 e 1-1?
Voi lo sapete già, ma per me è stata una scoperta.
Tra il 31-12 e lo 1-1 cresce di una unità il numero che identifica l’anno!
Tutto qua.
Poteva essere un qualsiasi punto di quel cerchio, tanto sempre lì si torna, dopo 365 giorni.
Ma avete scelto quello, quel punto che cade 6 giorni dopo il Natale.
Quel punto che non ha altra importanza se non quella di farvi dare un nome diverso all’anno che inizia, perché lì avete deciso che debba iniziare. Tanto è un anello di tempo che si chiuderà dove è cominciato, ricongiungendo il proprio capo alla propria coda.
Se ogni anno è una festa, figuratevi questa volta, visto che il nome del nuovo anno è un numero che finisce per 10!
2010, “il nuovo decennio”.
E torniamo al punto di prima. Cosa c’è di così rilevante nel decennio? E’ il fatto che sia composto da 10 anni e che questa quantità di anni sia propria di un ciclo temporale?... Oppure è il fatto che sia un multiplo di 10, il che fa sì che riparta la numerazione dell’ultima cifra?
Escluderei il primo caso, perché 10 anni posso farli partire da quando mi pare: ci sono 10 anni tra il 2004 e il 2013, ad esempio.
Ma se è il secondo caso… che cosa significa? L’unica spiegazione è nel potere che i numeri hanno su di voi.
Che è un potere inspiegabile, irrazionale, privo di fondamenti oggettivi, privo di un radicamento nella realtà fisica.
Sia come sia, tra la fine del giorno 31-12 e l’inizio del giorno 1-1 accade una magia. Anzi, non accade un bel niente nella realtà fattuale. Ma accade qualcosa di magico nelle vostre menti.
Per la verità non accade nulla nemmeno lì. Semplicemente cambia l’anno, che poi è per una convenzione… nulla di più.
Eppure vedendo quanto hanno mangiato e bevuto la mamma e il papà... vedendo come si sono agghindati, come mi hanno agghindato... vedendo come hanno sfidato la pioggia e il vento per andare a mangiare in un posto speciale... vedendo quella bottiglia di Don Perignon che papà tiene tra le mani… mentre scorrono altri numeri, questa volta al contrario…
Sentendoli scandire quel conteggio, concentrati su quel numeratore che indica 7, 6, 5…
Vedendo come la mano di papà serra il tappo della bottiglia e notando la tensione dei suoi tendini… 4, 3, 2…
Fino a quel liberatorio “bum” che esce con lo stappo…
Vedendo tutto questo, e il loro baciarsi mentre fuori è un tripudio di scoppi e boati (ma che bottiglioni hanno nelle altre case!?)… e gli auguri che si scambiano e che mi fanno...
...capisco che è soprattutto ciò che non ha senso ad essere importante.
Capisco che l’importanza attribuita alle cose è soprattutto una scelta.
Capisco che si può gioire e festeggiare un secondo che separa due secondi uguali ma di due anni diversi, perché così abbiamo scelto che sia.
E io scelgo di unirmi a questa festa, alla festa del mio primo capodanno.
E anche se, stavolta, l’ho davvero presa molto larga, tutto questo era per farvi i miei migliori auguri per uno strepitoso Anno Nuovo.
Buon 2010!